Nata a Venezia, autodidatta ritorna, con questa Mostra, dopo un lungo periodo
di maturazione artistica, e dopo aver acquisito, una vigorosa tecnica pittorica.
Intraprendere una accurata ricerca sul colore attraverso l'affascinante mondo
della Natura.
L’esperienza le ha permesso di adottare un apparato espressivo di grande
effetto, strettamente più meditato e complesso.
Possiamo tranquillamente affermare che i suoi quadri hanno uno stretto rapporto
con la musica a Venezia.
La sua visione ottimistica della vita, l’ha portata ad ingigantire i suoi soggetti,
con sfondi prevalentemente del colore di un limpido cielo azzurro in una
giornata piena di sole, sempre raffigurato di un bianco candido o di un caldo
arancione Roteriano.
Del rapporto fra musica e pittura si è scritto anche troppo. Affinità storiche o affinità
elettive?
Il Beethoven “michelangiolesco” o il Debussy “impressionista” non sono
esempi stereotipi.
In realtà, l’intreccio è quasi inestricabile. Sia in pittura che in musica si parla
di cromatismi sonori, di lucentezza timbrica, di coloriture sapienti, di disegni
melodici... Il lessico zampilla qua e là.
Non c’è da meravigliarsi che una pittrice d’oggi, vissuta in un ambiente teatrale,
è stata prima ballerina del Corpo di Ballo del Teatro La Fenice di
Venezia, abbia subìto il fascino ispirato alla musica, alla danza e alla natura.
Quasi un gemellaggio, un incontro delicato su un terreno in cui il filo di una
melodia si fa forma, si fa colore, si fa luce.
Certi contrasti fra esagerate raffigurazioni di fiori o frutti e ineffabile felicità
hanno sollevato perplessità e interrogativi. La sua genialità si fa galante e persino
umorisitica, pronta magari a stemperarsi in grazia e leggerezza.
La Nadia Bellin è pittrice di sentimenti profondi e trasporti; non rappresenta
ma allude, non tocca ma sfiora.
È nel suo tempo ma, anche, fuori da ogni tempo. Le sue atmosfere sono
impalpabili. Negli spazi visivi il suo colore, le sua musica si inserisce con
spontaneità, senza sforzo: ne diventa quasi il supporto emotivo.
Vissuta da sempre in un mondo musicale, ha scostato con mano trepida le
tende del tempio, si è avventurata in punta di piedi nel palcoscenico vuoto,
qui ha sfiorato violini che riposavano, mazzi di scarpette rosa di ballerine, un
bouquet di fiori, un drappo azzurro steso su un pianoforte.
Queste immagini le ha raccolte nel cuore e quindi le ha riportate sulla tela.
È come un’onda che si espande, tra morbidezze di velluti sdruciti e ritmi di strumenti
che portano con sé ancora il palpito di mani discrete.
Il palcoscenico è il suo mondo. Ma non è un mondo artificale: lo irrora la musica
degli artisti veneziani, che ha il dono supremo di trasformare tutto in felicità.